
Una volta, durante una seduta, Maria citò la canzone “Una Chiave” di Caparezza. Disse che, ascoltandola, si era sentita profondamente compresa: aveva provato una strana sensazione di familiarità, simile a quei rari sguardi di intesa in cui si ha già capito tutto e qualsiasi parola risulta superflua; simile al calore di quando ci si sente “a casa”. Le aveva infuso una tale fiducia da renderla una specie di àncora: una melodia a cui aggrapparsi quando aveva bisogno di “attraccare” e ritrovare il proprio baricentro, nei momenti di disorientamento. “C’è una chiave”, ma per cosa? Ho sempre pensato che l’essere umano, immerso com’è negli infiniti universi che lo circondano, custodisse egli stesso un universo al suo interno: costellazioni, pianeti, buchi neri, galassie, luci ed ombre, energie e risorse ancora da scoprire. E, forse, è proprio grazie ad uno spazio vuoto, ad un buco su una porta che altrimenti sarebbe inespugnabile o inutile, che è possibile intravedere i propri planetari interni ed esterni ed affrontare il proprio viaggio di scoperta, con la fiducia che una chiave possa essere trovata. Per tale ragione, ho scelto questa immagine come simbolo di uno “spazio senza”* che può disorientare, ma anche contenere nuove possibilità e tutta la ricchezza propria della ricerca di se stessi, in rapporto con il mondo al di fuori. Senza il vuoto della serratura la chiave sarebbe inutile; senza la chiave il vuoto sarebbe inutile. Non esisterebbero porte da chiudere o da aprire, per proteggere o per mostrare i propri mondi, interni ed esterni. Prendiamocene cura.
*Lo Verso G. & Papa M. (1995), Il Gruppo come Oggetto di Conoscenza e la Conoscenza del Gruppo. In La Psicodinamica dei Gruppi edited by Di Maria F. and Lo Verso G. Milano, Cortina.
“L’unico vero viaggio, l’unico bagno di giovinezza, sarebbe non andare verso nuovi paesaggi, ma avere altri occhi, vedere l’universo con gli occhi di un altro, di cento altri, vedere i cento universi che ciascuno vede, che ciascuno è”.
Marcel Proust
