
Per la rubrica: se i mesi dell’anno fossero stati d’animo. Un gioco di fantasia (e anche no), che si spera possa descrivere alcune esperienze emotive che fanno parte della vita ed in cui, magari, possiamo anche un po’ riconoscerci.
Seppur con minor vigore rispetto a qualche anno fa, in diversi luoghi del mondo, Novembre ha ancora la capacità di svegliarci, circondati dal nulla dell’umida nebbia mattutina. Una coltre che ci avvolge quasi al punto da soffocare ad ogni respiro; una muraglia invisibile che ci impedisce di scorgere cosa esiste al di là di essa. Allo stesso tempo, la nebbia può anche essere candido rifugio in cui sentirsi protetti: un gigantesco mantello dell’invisibilità che ci impedisce di essere visti. Protezione, quindi e anche pericolo. Nascosti, ma incapaci di vedere, di esplorare, di trovare. Come è possibile? Ciò che aiuta a difenderci può anche costituire una minaccia? Difendere deriva dal latino “de fendere”, “spingere lontano”: allontaniamo così la minacciosa angoscia con il rischio però, a volte, di respingere anche molto altro, se esageriamo. Lo stesso vale per la “nebbia” della nostra psiche. I meccanismi che si ergono in difesa della nostra mente, infatti, hanno principalmente lo scopo di proteggerci: di “preservare l’equilibrio e l’integrità dell’apparato psichico, spingendo via con forza l’angoscia che si prova di fronte “ai precetti morali, alla realtà, alle pulsioni”1. Ma se ciò avviene con troppa forza e troppo spesso, ecco che ciò che dovrebbe tutelarci ci fa del male, ci limita, ci irrigidisce, fino a spezzarci. Dunque, è proprio questo che vorrei ricordare grazie alla nebbia di Novembre: proteggiamoci, preserviamo il nostro equilibrio, ma ricordiamoci anche di conservare uno sguardo verso ciò che non riusciamo a vedere.
1Brustia Rutto P., (2012), Lezioni di psicologia dinamica: Sigmund Freud, Torino: Bollati Boringhieri.
