
Per la rubrica: se i mesi dell’anno fossero stati d’animo. Un gioco di fantasia (e anche no), che si spera possa descrivere alcune esperienze emotive che fanno parte della vita ed in cui, magari, possiamo anche un po’ riconoscerci.
Probabilmente si tratta di un caso ma, proprio qualche giorno fa, mi è capitato di riprendere in mano uno dei miei libri preferiti: Coraline, di Neil Gaiman. Forse, ancora per caso, sono poi incappata in uno dei passaggi che mi era rimasto più in mente al tempo della prima lettura. In questo dialogo con un gatto nero Coraline, la bambina protagonista della storia, ci racconta cosa sia il coraggio e, soprattutto, cosa si prova quando si compie un atto di coraggio. Sì, perché quest’ultimo, forse, non è che il risultato di quella particolare mescolanza di terrore e fiducia, che ci porta a prendere decisioni, compiere gesti ed essere vivi, nonostante… Così, in forza della rima sicuramente casuale, nel mese di maggio, per parlare di coraggio, ripropongo il brano tratto dal libro poiché, spesso, soprattutto i racconti per bambini celano la più matura verità. Sarà un caso?
«Avremo camminato per una ventina di minuti. Scendemmo lungo un pendio, fin sotto un canalone dove scorreva un torrente, e di colpo papà mi disse: “Coraline, scappa. Risali il pendio. Subito!” Me lo disse con tono severo, disperato, così obbedii. Corsi su per il pendio. Mentre correvo qualcosa mi fece male al braccio, ma io non mi fermai. Arrivata in cima alla salita, sentii qualcuno che sfrecciava su per il pendio, dietro di me. Era mio padre, che correva come un rinoceronte alla carica. Quando mi raggiunse, mi prese in braccio e corremmo oltre la sommità della scarpata. Poi ci fermammo, ansimando e cercando di riprendere fiato, e guardammo di nuovo in fondo al canalone. L’aria pullulava di vespe gialle. Forse camminando avevamo calpestato un nido in un tronco marcio. Mentre correvo su per la salita, mio padre si era fermato per darmi il tempo di scappare, e l’avevano punto. E correndo gli erano caduti gli occhiali. Io ci avevo rimediato una sola puntura sul braccio. Lui, ben trentanove punture su tutto il corpo. Le contammo dopo, facendo il bagno.»
Il gatto nero cominciò a lavarsi muso e baffi con crescente impazienza. Coraline allungò il braccio verso di lui e gli accarezzò la schiena, la testa e il collo. Il gatto si rialzò, fece qualche passo finché si trovò fuori portata, quindi si rimise a sedere e alzò di nuovo lo sguardo su di lei. «Così – disse Coraline – più tardi, sempre quel pomeriggio, mio padre tornò là per riprendersi gli occhiali. Disse che se avesse rimandato di un altro giorno, poi non si sarebbe più ricordato il punto esatto in cui gli erano caduti. E poco dopo tornò a casa con gli occhiali sul naso. Disse che non aveva avuto paura, mentre era fermo lì con le vespe che lo pungevano e gli facevano male, mentre mi guardava correre via. Perché sapeva che doveva darmi il tempo di scappare, altrimenti le vespe avrebbero inseguito tutti e due.»
Coraline girò la chiave nella toppa, che scattò con un sonoro clangore. La porta si spalancò. Dall’altra parte non c’era nessun muro di mattoni: solo il buio. Dal corridoio soffiava un gelido vento. Coraline rimase ferma dov’era. «E mi disse che non era stato coraggioso, restando lì fermo a farsi pungere – disse Coraline al gatto. – Non era stato coraggioso perché non aveva avuto paura: quella era l’unica cosa che potesse fare. Ma quando era tornato a riprendersi gli occhiali, sapendo che lì c’erano le vespe, aveva veramente paura. Quello era stato vero coraggio.» Mosse il primo passo lungo il corridoio. Sentiva odore di chiuso, di polvere e di umidità. Il gatto avanzava lentamente accanto a lei. «E perché mai?» le domandò il gatto, con un tono che rivelava scarso interesse. «Perché – disse Coraline – quando hai paura di qualcosa, ma la fai comunque, quello è coraggio.»
Gaiman, N. (2002). Coraline. Milano: Arnoldo Mondadori Editore.
