
Per la rubrica: se i mesi dell’anno fossero stati d’animo. Un gioco di fantasia (e anche no), che si spera possa descrivere alcune esperienze emotive che fanno parte della vita ed in cui, magari, possiamo anche un po’ riconoscerci.
La prima cosa che ti insegnano a lezione di danza è contare. Per imparare a ballare è importante saper tenere il tempo o, almeno, immagino sia così. D’altronde sembra una grande dote avere “il ritmo nel sangue” oppure il “senso del ritmo”: la capacità di sapersi muovere armoniosamente sopra quell’altalena di silenzi che chiamiamo musica. E, forse, è proprio nell’alternarsi di silenzi e pause che ci muoviamo, provando a cogliere il ritmo che costituisce le nostre giornate, tentando di tenere il tempo scandito da progetti, scadenze, aspettative, ricordi, pianificazioni, obiettivi, pieni, vuoti. Proviamo a stare al passo, insomma. E poi arriva Marzo, ciò che scompiglia il nostro ritmo, che fa sbocciare bellissimi fiori al di là di una grata, che ci fa inciampare sui nostri stessi piedi e ci fa perdere il conto. Arriva l’imprevisto, il disordine, il cambiamento che scombussola il nostro tempo interiore, come quando spostiamo le lancette dell’orologio di un’ora: è troppo tardi oppure è troppo presto? Marzo è quel treno che guardiamo passare davanti agli occhi, dopo la chiusura delle porte un secondo prima del nostro arrivo sui binari. Ma è anche il chiedersi: sono proprio quelli i nostri binari? Così, forse, ci accorgiamo che abbiamo perso quel treno non tanto perché ce n’è un altro ad attenderci, ma piuttosto perché siamo noi stessi quel treno. Lo siamo insieme a miliardi di altri treni, ognuno con il suo ritmo in continuo cambiamento e capaci di creare insieme altri ritmi ancora diversi. D’altronde, basta ascoltare il battito del proprio cuore: tiene il tempo così bene, senza nemmeno contare.
