
Il “Blue Monday” non esiste… ma esiste la tristezza. Esiste quell’emozione che, a volte, stringe il cuore a tal punto da prosciugarlo, per colmare di lacrime i lavandini dei nostri occhi. Esiste la desolazione di non sentire più nulla, se non l’eco costante di una qualche ferita che getta un’ombra su tutti i nostri affetti. Qualcosa è andato perduto e noi sentiamo il vuoto, la mancanza, facendo i conti con una solitudine che ci rende stranamente vulnerabili. E, per questo, la maltrattiamo la tristezza. Preferiamo sentirci arrabbiati, confusi, stanchi, disgustati, piuttosto che tristi. Preferiamo circondarci di cose e di persone indiscriminatamente. Preferiamo inventarci una giornata all’anno che ci legittimi ad esserlo, che ci dia il permesso e, magari, anche una parvenza di spiegazione. Ma la tristezza esiste comunque: non arriva quando lo decide il calendario e, di solito, non se ne va quando noi vorremmo. Come ogni altra emozione, ci attraversa per essere accolta, per farci ascoltare il suo messaggio. E così, magari, impariamo che essere tristi può esserci di aiuto: può aiutarci ad attribuire un valore alle cose, alle esperienze e alle relazioni; può far avvicinare gli altri a noi quando abbiamo bisogno di conforto; può permetterci di stare con noi stessi, guardarci dentro ed elaborare le nostre perdite e gli eventi dolorosi e, perché no, può portarci a chiedere aiuto se il carico diventa troppo pesante da sostenere. Ma se preferiamo arrabbiarci, confonderci, stancarci, disgustarci, circondarci casualmente di cose o persone invece di essere tristi, tutto ciò non sarà possibile. Rainer Maria Rilke, nel 1904, scriveva sulla tristezza in una lettera datata 12 agosto: per la cronaca, non era un “Blue Monday”.
“Ma vi prego, riflettete se quelle grandi tristezze non siano piuttosto passate attraverso di voi. Se molto in voi non si sia trasformato, se in qualche parte, in qualche punto del vostro essere non vi siate mutato, mentre eravate triste. Pericolose e maligne sono quelle tristezze soltanto, che si portano tra la gente, per soverchiarle col rumore; come malattie, che vengano trattate superficialmente e in maniera sconsiderata, fanno solo un passo indietro e dopo una breve pausa erompono tanto più paurosamente; e si raccolgono nell’intimo e sono vita, sono vita non vissuta, avvilita, perduta, di cui si può morire. Ci fosse dato di veder più oltre che non giunga il nostro sapere e un poco più in là dei bastioni del nostro presentimento, forse allora sopporteremmo noi le nostre tristezze con maggior fiducia che le nostre gioie. Ché sono esse i momenti, in cui qualcosa di nuovo è entrato in noi, qualcosa di sconosciuto (…). Io credo che quasi tutte le nostre tristezze siano momenti di tensione, che noi risentiamo come paralisi, perché non udiamo più vivere i nostri sentimenti sorpresi. Perché noi siamo soli con la cosa straniera ch’è entrata in noi; perché quanto ci era confidente e abituale per un momento ci è tolto(…). E però è tanto importante essere attenti, quando si è tristi: perché il momento vuoto in apparenza e fisso, in cui il futuro entra in noi, è tanto più vicino alla vita, di quell’altro sonoro e casuale istante in cui esso, come dal di fuori, ci accade”.
Rainer Maria Rilke, Lettere a un giovane poeta.
